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Colazione in giardino

di Ferdinando Bologna

A distanza di un anno, Elio Waschimps si ripresenta mutato e arricchito ancora una volta. Parlandone appunto un anno fa, tenemmo a dire che non ci si può fare un’idea completa di ciò che Waschimps è divenuto e continua a divenire, se non gli si dà la possibilità di esporre in una vera ‘personale’ il numero ingente di grandi tele che è venuto accumulando nel suo studio durante anni di lavoro solitario. Insistiamo su questo punto, perché se è in questione il giudizio che occorre dare di questo non comune pittore, è in questione anche il riconoscimento più esauriente che di fronte al prevalere, su scala mondiale, dello sperimentalismo delle avanguardie, e al succedersi di movimenti che hanno senza dubbi mutato positivamente i termini del discorso artistico ma che devono una parte non trascurabile del loro successo alla troppo sottile escogitazione delle etichette, qualcuno ha pur tentato vie diverse: senza scadere al livello degli automi e dei difensori carismatici della ‘tradizione’, eppure senza tagliare i ponti con la storia, Waschimps ha infatti avuto ed ha il coraggio di rimanersene solitario sulla breccia, per portare avanti un discorso individuale che in definitiva è anch’esso sperimentale, ma nel senso che fa del ripensamento intuitivamente critico della grande pittura del passato un mezzo per affrontare in termini ‘pittorici’ (e non gli interessa se ciò può essere considerato un limite) i problemi del presente.

Nella mostra odierna, Waschimps condensa tutto questo soprattutto nella grande tela intitolata Colazione in giardino. Leggerla aderentemente nella sua dichiarata rifazione d’una pittura alla Manet, è insieme facile e difficile. Facile, perché il dato è anche troppo scoperto (sebbene si vedrà dopo per qual motivo). Difficile, perché è quasi impossibile riconoscervi un meditatissimo e stratificato punto d’arrivo, senza aver cognizione diretta di tutte le tappe selettive che hanno condotto l’incredibile divoratore di pittura antica, che Waschimps vuole essere, ad un approdo del genere. Ma, a nostro avviso, questa è solo la premessa. Per intendere a fondo il senso dell’operazione occorre dare il massimo peso al fatto che la riproposta clamorosa (possiamo ben dire: plateale) del tema paradigmaticamente ottocentesco, qui si lega senza soluzioni di continuità allo stato di consunzione e di stravolgimento pittorico con cui ne è presentata l’immagine. Ciò prende crudamente le distanze dal modello. E tende, a nostro avviso, a mostrare con consapevolezza polemica, anzi con un approfondimento che è soprattutto ideologico, quale destino storico stesse alla base della pericolosa tranquillità dello ‘status’ sociale da cui avevano preso figura nel secolo scorso queste quiete immagini di vita borghese. Esplose le contraddizioni che costituivano le ragioni di pericolo di quella tranquillità, Waschimps ha insomma inteso denunciare che sotto le parvenze di quel mondo e dei suoi ‘status symbols’ covava fatalmente il principio della dissoluzione, un corrosivo e sfigurante isolamento esistenziale che condannava anche i singoli membri di quella società alla solitudine personale e all’impossibilità di comunicare. Onde anche il titolo dato al dipinto, Colazione in giardino, cosi apparentemente descrittivo, si colora di sensi ironici e accentua il giudizio storico.

II dato più caratterizzante, a nostro parere, è che tutto questo non è solo ‘pensato’, ma, appunto, ‘dipinto’: è consegnato senza residui ad un oggetto manufatto di specifica autonomia estetica.

Elio Waschimps alla Mediterranea, «Il Mattino», Napoli, 11 marzo 1976