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Elio Waschimps. Una Notte Demenziale

di Corrado Piancastelli

Dopo più di cinquant’anni sono ancora là, Ormai vecchia, scasciata, sgangherata, chiazzata di pitture e merde varie, una bagascia superfetentissima, ma ancora là, ben piantata di fronte al cavalletto. Una volta ero bella, avevo la pelle scura e lucida come le somale e chi si accomodava, mi accarezzava volentieri lo schienale perché trasmettevo brividi come una donna vera.

Oggi chi mi annusa sostiene che puzzo anche di grasso umano dei tanti che mi hanno schiacciato con i loro corpi sudati, diventando, per loro, l’osservatorio privilegiato del critico e degli altri artisti che per mezzo secolo sono passati nello studio di Elio.

Sono stata sempre usata e sottovalutata. Eppure io so e vedo cose che nessun altro può sapere e vedere. I visitatori guardano, spiegano, chiedono, adulano, sanciscono, a volte prendono appunti da usare in qualche catalogo. Credono, ovviamente, di aver visto e capito tutto, ma raggiungono solo il
punto in cui il grumo sensibile del colore si sfuma e si sperde nell’invisibile. Poi basta. Oltre, cioè nel segreto della magia, essi non possono andare. Io invece sì. Loro non sanno, infatti, che io posseggo il terzo occhio e che se invece di pesarmi addosso entrassero veramente nella mia pelle come se fossi una femmina, io li accompagnerei attraverso la frontiera. Ho la capacità di decifrare segreti, ne ho il dono. Del resto come potrebbero sa perlo? Come potrebbero immaginare che assieme al puzzo dei loro culi scofanati mi hanno sempre lasciato anche pezzettini profumati della loro anima con i quali, come in un puzzle, si è misteriosamente costruita la mia?
Grazie a loro ora posso entrare e uscire dal limite.
Ecco come sono andate le cose: La scoperta avvenne in una frazione d’attimo. Un giorno di maggio, con Napoli immersa nel sole e nell’alito della brezza. Come quando ci si sveglia di colpo e ci si ritrova, improvvisamente mi accorsi di esistere. Io c’ero. Ma poiché appena si viene al mondo si crede di essere senza passato, la prima domanda che mi posi fu alquanto blasfema: ero qualcuno che aveva creduto, fino a quel momento, di essere la fetentissima poltrona di Elio, oppure ero una poltrona che stava semplicemente sognando di essere qualcuno? I due pensieri si equivalevano,

erano simmetrici. Mi guardai intorno per capire in che cazzo di posto mi trovavo e se non fosse un manicomio …. Che stupidona. Mi trovavo sempre là dov’ero stata per cinquant’anni, ero nello studio dove Marat, provando e riprovando la scena teatrale della sua morte, era stato sgozzato innumerevoli volte nella sua vasca da bagno e dove Elio vi aveva installato il suo harem di
torbide bambine e vecchie zoccole pittate. Provai a muovermi ma non mi riuscì di farlo. Né potevo girarmi perché i miei quattro piedi mi tenevano inchiodata al pavimento. Cercai di scuotermi, magari di fare un giro per la stanza, mi agitai col senso dell’impotenza e fu allora che sentii la sua risata argentina.
“Signora, ha bisogno di qualcosa?”
Il cerchio con cui giocava, si era coricato ai miei piedi, la bambina mi stava guardando con gli occhi tristi e acquosi. Che carina. Mi stava chiamando signora con intonazione educata.
“Le porto un bicchiere d’acqua?” La seconda voce veniva dalla mia destra. Una palla rotolò per la stanza. L’altra bambina aveva le gambe nude e minute. La gonna cortissima già arrivava al pube.
Ancora altre voci. Si inseguivano, qualcuna gridava, una cantava giro giro tondo com’è bello il mondo, altre saltellavano su un sol piede sui numeri della settimana, una di loro vorticava con la corda, come volando. Da tanti anni ero in quella stanza, ma prima di allora non avevo mai visto nulla di simile.
“Ma allora esistete veramente?” dissi.
Si fermarono tutte a guardarmi. Stupite come per aver sentito un’idiozia. Non ebbi il coraggio di disilluderle. Guardai verso i quadri. Non avevano mai avuto una cornice. E ora, che le bambine se n’erano andate, erano rimasti solo i cieli. Che senza le loro abitatrici non raccontavano più nulla.
Sembravano aver perso ogni senso. Un bel problema di filosofia per chi avesse voluto perderei la testa scomodando finanche il cogito di Cartesio.
Le bambine avevano ripreso a giocare ciascuna per conto proprio, senza troppo schiamazzo, solo facendo il naturale rumore della loro presenza e degli oggetti da gioco: quello

della palla, degli zoccoli, del cerchio. Qualcuna delle piccole donne già odorava di femmina.
Mi preoccupai, all’improvviso, come preso da paura. Che ne sarebbe stato dell’arte se i significati avessero abbandonato le proprie dimore? “Tornate nelle vostre case”, dissi col tono di chi suppone di dare un ordine. Quella volta risero …. Tutte assieme ….. E assieme zittirono di colpo.

Lo ripetei: “Su, tornate nelle vostre case. Là siete al sicuro. Là nessuno può entrare a disturbare i vostri giochi e a prendersi la vostra innocenza, neppure una vecchia tenutaria come me”.

Una di loro venne sfrontatamente a sedersi sul bracciolo. “Lei lo crede davvero, signora? Lei crede che saremmo al sicuro nel quadro perché nessuno può entrarci dentro? Lei veramente non sa che gli uomini ci desiderano come bambine proprio perché noi non siamo la realtà, ma la proiezione del loro immaginario e del loro desiderio? Loro credono di vedere la realtà, ma ci cercano come sogni. Lei è proprio ingenua, cara signora?”

“Allora preferite giocare in questo mondo una parte che è vostra?”
“Ma solo quando non c’è nessuno. Magari di notte, quando dorme anche Elio. Lui non sa della nostra esistenza”.

“Che stupidaggine. Ma se vi ha create lui …”
“Secondo me lei è scema veramente – disse la bambina impudente del cerchio –. Noi, dentro di lui, siamo sempre esistite. Nel dipingerci ci ha solo spostate dal dentro al fuori, ecco tutto. Siamo il suo passato e non siamo le bambine innocenti che tu credi, ma neppure lui lo sa. Vedi quella donna in rosso con la bocca grande e la testa disfatta? … Io ero proprio quella puttana lì e poi sono diventata bambina, poi tornerò a essere un’altra volta come quella. Perché deve sapere, cara signora, che è tutto un gioco. L’arte fa vivere noi e noi facciamo vivere l’arte, ma senza farci vedere, per lasciare a ognuno l’illusione di essere il Creatore. Anche la vita è un teatro e ognuno recita scegliendosi una maschera. E’ questo il gioco, come negli specchi del Luna Park. Tutto si deforma e cambia, ma solo perché siamo noi che creiamo il mondo ogni volta che lo guardiamo”.

“Non ho capito molto”, risposi frastornata. “Sapete – aggiunsi – in fondo io sono soltanto una poltrona che crede di essere una persona”.
“Allora è come noi”, urlò la bambina dalle gambette sensuali. E poi, fissandomi attentamente: “Ha visto che è come noi? Anche noi crediamo di essere vive ma siamo solo dipinte, però quanào creàiamo di essere solo dipinte ci sembra di essere vere bambine”.
“Io non ci capisco più nulla. La testa mi frulla come un mixer. Non è un dramma sapere di non sapere?”
“Sarebbe ancora più drammatico sapere di non esistere, non le pare?” disse la più piccola delle bambine con voce dolcissima da maliarda, quella che giocava col cerchio.
Le altre si girarono verso di lei voltandomi le spalle. Le batterono le mani tutte insieme, un aquilone volò nello studio. Una palla stava per cadermi addosso. Mi accorsi che quella volta, solo per quella volta, mi riuscì di afferrarla con i braccioli e tenermela stretta per non farla rotolare in terra. La vecchia zoccola in rosso, 1,70 x 1,60, fece una smorfia oscena. Dalle labbra carnose le uscì un gorgoglio cupo e malandrino che pareva un grido di peccato ma era un improbabile ordine di tornare ciascuna al proprio posto. L’eco della sua voce scivolò, solitaria, lungo le pareti della stanza dei giochi. Si perse risucchiata nella sua stessa musicale inafferrabilità.