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I Giardini

di Ferdinando Bologna

Mauro Calamandrei, nel bel libro dedicato recentemente al rapporto fra arte e vita negli Stati Uniti d’oggi, ha ricordato che parecchi artisti di là giù «non sarebbero diventati di colpo delle celebrità senza l’appoggio di Greenberg»: del critico Clement Greenberg, cioè, il cui peso sociale in questo genere di cose non può essere minimizzato. Calamandrei ha ricordato anche che «certi artisti, come Louise Nevelson, si spingono oltre nel loro giudizio e sostengono che Greenberg non si accontenta di promuovere gli artisti da lui protetti, ma ha bloccato la strada a coloro che non fanno parte del suo mondo artistico e culturale o di quello delle sue clientele».
Ecco un male attecchito con trista efficacia anche nel mondo artistico italiano, e incarnato, perfino ai livelli non decisionali, da parte dei sostenitori incondizionati degli sperimentalismi d’avanguardia, come rifiuto pregiudiziale
di tutto ciò che non appartiene al medesimo ordine di idee, perciò come scomunica socio-artistica (salvo certe eccezioni, che non tardano a rivelare implicazioni clientelari d’ugual natura) di chiunque si muova entro orizzonti diversi.
Il napoletano Elio Waschimps, che espone in questi giorni alla ‘Mediterranea’, è certamente una delle personalità di maggior spicco tra codesti scomunicati, costretto alla solitudine (sebbene senza far tragedie) dalla discriminazione ufficiale. Il discorso su questo vero ‘pittore’, di doti antiche e colpevole soprattutto di tener ostinatamente fede alle tele e ai pennelli, si potrà fare per intero solo quando gli sarà data la possibilità di esporre la serie incredibile di quadri grandi, che ha accumulato in silenzio nel suo studio di via Manzoni. Ma ciò che è chiaro, anche dalla scelta presentata alla ‘Mediterranea’, è che Waschimps ha approfondito ulteriormente la sua ricerca di tipo espressionistico- esistenzialista (pur proseguendo le istanze tipiche di una formazione avvenuta agli inizi degli anni Cinquanta), e che ha portato così avanti il suo caratteristico scandaglio tra gli antichi maestri da esser riuscito a maturare un’intelligenza rievocativa di prima estrazione, paragonabile per molte ragioni a quel genere di critica per ricreazione poetica che stava molto a cuore a un Baudelaire.
La citazione di Baudelaire non viene fuori a caso, perché la via storico-culturale, che ha consentito a Waschimps di progredire rispetto all’espressionismo surreale di un Bacon, passa ora attraverso la ben diversa intensità espressiva di certo romanticismo ossessionato e drammatico, quella appunto che va dall’ultimo Goya a Delacroix e di rimbalzo in Soutine e nei misteri, tra neoromantici e neo-barocchi, del nostro Scipione.

Ciò si osserva distintamente nella Rissa e nel Macbeth, che fanno pensare a Goya; nella Donna dormiente, che sembra un brano di Delacroix esaltato nella presentazione solitaria fuori contesto, nell’Interno con figure e nell’Uomo seduto, che cercano il punto di convergenza fra Goya e Delacroix. Mentre nelle opere più grandi e nei ‘Giardini’, specialmente in quello intitolato Nelle ore della sera che a me pare la novità di maggior rilievo nella produzione attuale di Waschimps, tutto ciò sfocia in una visione riverberata da tramonto apocalittico, che richiama subito, soprattutto nel medium pittorico, i paesaggi catastrofici di un Soutine e, in particolare, di Scipione.

Certo, tutto questo può apparire vecchio a chi del nuovo fa una pregiudiziale ontologica e può essere tacciato di mero ‘storicismo’ culturale da chi della storia non sa più che farsi. Ma che questo ‘vecchio’ e questo sforzo di recupero ‘storico’ contengano in quanto tali una sorprendente capacità di ritrovare in talune e ben precise immagini d’angoscia degli ultimi due secoli il supporto per la rappresentazione d’un estratto in figura delle lacerazioni odierne – sebbene queste siano poi vissute in solitudine e al livello di una singolarissima autobiografia culturale –, non potrà essere negato.

Elio Waschimps alla Mediterranea, «Il Mattino», 5 aprile 1975