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I Marat di Waschimps

di Michele Prisco

È un sole caldo, questo di questi giorni di febbraio, se si sta a lungo al sole: ma poi basta spostarsi di poco, magari attraversando il marciapiede e ritrovarsi in ombra, e il freddo morde. Febbraio corto e amaro, dicevano le nostre madri, e se adesso ripetiamo il detto popolare ai nostri figli ne riceviamo uno sguardo interrogativo, di stupore, come se a un tratto ci fossimo messi a parlare giapponese.

Ma febbraio è anche il mese che porta i primi anticipi primaverili e, per esempio, da qualche giorno è ritornato davanti casa, e vi staziona tutta la mattina, il furgoncino del fioraio ambulante decorato a rami di mandorlo fiorito e tralci di mimose. E così mi basta, appena alzato, accostarmi al balcone e guardarlo, dal tepore della stanza, per riceverne una specie di sferzata interiore, di stimolo, e di sentirmi, come dire?, più pronto ad accogliere, a partecipare (e non importa se in questo stato d’animo s’infiltrano, come un residuo della lontana adolescenza, anche sottili e sconosciuti – ma per altro molto conosciuti – brividi di malinconia).

E poi di questi giorni via Manzoni assume un aspetto ancora più riposante: sembra quasi che le piogge invernali, battendola, l’abbiano come ripulita, ringiovanita, l’intonaco dei caseggiati e dei villini ritrova una nitidezza di colori più luminosa, e l’aria stessa che vi si respira è più asciutta e sgombra; passeggiare conserva qui tuttora il senso d’un superstite piacere. Sarà anche, non so, una suggestione alimentata, o suggerita, dai pochi casali scampati all’invasione del cemento, che rimandano un’eco d’altri tempi, e d’altri indugi.
Nel cortile d’uno di questi vecchi e trascurati casali ottocenteschi ha lo studio Elio Waschimps, in un grosso camerone a pian terreno: quando scendo a comprarmi i giornali o quando, il pomeriggio, me n’esco a passeggiare nei dintorni, e ci passo vicino, getto sempre un’occhiata attraverso l’arco del fabbricato che immette nella corte; e se la porta è socchiusa o vi trapela un po’ di luce, entro a suonare e a trattenermi un’ora o due con lui.
Lo studio è grande, disadorno: c’è una stufetta a gas che sfrigge silenziosa, una poltrona dalle molle alquanto cigolanti, un odore pungente di vernici e d’acqua ragia: e le grandi tele messe faccia al muro come bambini in castigo (i bambini d’un tempo, si capisce). E così ho finito col rendermi familiare questa sua pittura: che pare, ad osservarla, una pittura facilmente leggibile ma porta invece una sua problematica inquieta e irrequieta. E, per esempio, una cosa che di Waschimps mi ha colpito è questa: ch’egli non passa, come abitualmente fanno un po’ gli altri pittori, da un soggetto all’altro, non so, nature morte o interni o paesaggi o una figura, ma dipinge, per un certo periodo, sempre lo stesso quadro, ossessivamente; e un’altra cosa che ancora m’ha colpito è questa: che i quadri d’uno stesso ciclo hanno il medesimo tema ma sono tutti diversi l’uno dall’altro, o per il taglio o per l’angolazione o per l’intensità: ma soprattutto per una diversa luce (interiore) che li pervade e li domina.

E così parliamo, stando insieme, e io guardo i quadri che lui scopre uno alla volta e sistema sopra una cassetta contro la parete come se li appoggiasse al cavalletto, e lo studio si riempie anche delle volute di fumo delle sigarette, e dal muro le tele, di dimensioni inconsuete, sembrano più che osservarci entrare a poco a poco in mezzo a noi, come il concreto risultato dei problemi che andiamo discutendo.

Perché la pittura di Waschimps, ho l’impressione, è una pittura colta: voglio dire, ecco, che in lui, che pure per temperamento sarebbe (o sembrerebbe) un istintivo, c’è questa meditazione involontaria, per cui un quadro non nasce subito, come un fatto emotivo, ma viene prima elaborato, o diciamo ‘pensato’, e perciò dicevo prima che di là dalla immediata leggibilità della tela c’è sempre questa presenza di un pensiero, e d’un giudizio morale.

Ma c’è da dire, subito, anche per evitare equivoci, che la sua è comunque innanzi tutto e soprattutto pittura: dove altri avrebbe assunto dichiaratamente la polemica per esprimere la contraddittorietà del nostro tempo, Waschimps ha preferito svolgere, sempre e soltanto in termini di pittura, un discorso più autonomo e profondo, e per suggerirci ad esempio il tema della violenza è ricorso al ciclo di Marat pugnalato nel bagno (il corpo a filo d’acqua nella vasca: e l’ingiuria della ferita, la desolazione della carne torturata, il gelo della morte); così come per darci il senso della solitudine, un altro aspetto di questo nostro tempo, s’è affidato al motivo dell’uomo che si spoglia vicino a una finestra, e sembra viva in un drammatico vuoto pneumatico; oppure, per fare ancora un altro esempio, volendo ricordarci lo scempio edilizio sempre più diffuso intorno a noi, s’è rifatto al mito di Mida, che trasformava in bellissime e più recenti tele, così intensamente allusive, che hanno tutte uno stesso titolo: la contaminazione della natura: dove lunghe braccia umane sfiorano foglie rami e tralci dorati e ci fanno pensare alle tante braccia e mani tese sulle nostre città, che hanno contaminato e modificato il paesaggio trasformandolo in un solo blocco di cemento.

Waschimps, del resto, ch’è di origine ischitana, mi confessava d’essere tornato questa estate nell’isola dopo un’assenza d’anni, e d’essere rimasto sbigottito di fronte alla proliferazione delle case costruite in così poco tempo: e il risultato di quello sgomento – a non chiamarlo più esattamente sdegno, di cittadino e d’uomo – è oggi questa splendida e severa serie di grandi tele, in cui l’emozione, filtrata attraverso una macerazione interiore, s’è trasfigurata mutandosi in puro fatto pittorico, e certo la contaminazione della natura non poteva trovare un risvolto più liricamente persuasivo e poeticamente operativo. Io stesso gli confesso che ormai, per suggestione più che per contagio, ogni qualvolta mi trovo adesso di fronte allo spettacolo di un paesaggio rovinato dalla speculazione edilizia (e capita sovente), ritorno col pensiero a questi suoi quadri; così come ogni qualvolta sono preso dallo sgomento di fronte alla violenza che ormai dilaga nel mondo a macchia d’olio, irrazionale e assurda quanto più l’apparenza è quella d’un livellante benessere che sembra il risultato o l’obiettivo dell’espansione della tecnologia, rivedo i lividi agghiaccianti torsi di Marat pugnalato nel bagno.
Ora i Marat sono tutti lì nello studio, di fronte a noi mentre parliamo di queste cose, e sembrano affiorare dall’acqua torbida quasi come se li avessimo evocati noi discutendo: testimoni muti ma non per questo meno incombenti e presenti, e forse è anche qui la forza di un artista, e la sua necessità, la sua autenticità: di legare la sua produzione ad un giudizio e a un’immagine, ad uno stato d’animo: per cui per me, ad esempio, la violenza è diventata ormai questa, Marat nel bagno, i Marat di Waschimps.

I Marat di Waschimps, «Il Mattino», Napoli, 16 febbraio 1971