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I viaggi di Waschimps

di Vincenzo Trione

quelli ‘visivi’. Mentre i ‘visionari’ – rilevava Gianfranco Contini in un lucido saggio degli anni Trenta – con lo sguardo della mente, inventano altri universi, i ‘visivi’ scandagliano le forme delle apparenze, rendendo ciò che si distende dinanzi ai loro occhi fantastico, impossibile. Possiamo muovere da questa suddivisione per attraversare il percorso della piuttosto diseguale mostra – curata da Vitaliano Corbi – appena conclusasi all’Istituto Francese ‘Grenoble’, nella quale sono stati coinvolti tre artisti di generazioni diverse – Waschimps, Pirozzi e Leperino –, che, pur lontani per sensibilità, provenienza culturale e scelte linguistiche seguite, sono accomunati dal bisogno di ripensare lo spazio della figurazione, dell’immagine.

Il percorso della mostra è scandito in fasi. Un filo rosso, idealmente, lega le opere esposte, che sembrano continuarsi, disponendosi all’interno dello stesso orizzonte di senso.
In un viaggio a ritroso, incontriamo le fantasticherie colorate, di matrice espressionista, del giovane Leperino, le sperimentazioni tardo-informali di Pirozzi e, infine, – è il momento più felice dell’esposizione – i viaggi esistenzialisti di Waschimps.

Dai Marat del 1967 all’Isacco del 1972, fino a opere eseguite di recente. Trentacinque anni scanditi da incontri, da recuperi, da fascinazioni, ma, soprattutto, da ritorni a motivi e da ossessioni sempre vive.

Waschimps è rimasto fedele ad alcuni temi, al di là delle mode e delle tendenze. La solitudine dell’individuo, il dramma del dolore, l’incomunicabilità. Dall’inconscio emergono fantasmi e mostri.

Attorno a piccole larve sorgono giochi assurdi, come danze prive di senso. Siamo disorientati da teatri dell’anima, abitati da figurine ingenue, che, nel corso del tempo, sono state sempre più consumate, prosciugate.

Gli attori delle tele di Waschimps – che rivelano un legame ancora forte con le culture artistiche europee degli anni Cinquanta – esibiscono una corporeità vuota.
Segnati dal dramma e dall’inquietudine, si danno come apparizioni che inquietano, come simboli dell’assenza, ombre del ricordo. Con i loro volti bruciati, sono le voci solitarie di un coro impossibile.

Nulla è solido. La tela raccoglie le spoglie dell’uomo. È una teca che ospita corpi prima del disfacimento. Lo sguardo che coglie queste fisionomie è visionario, capace di trasgredire la percezione fedele del mondo. Si respira un senso di allucinazione, esaltato dall’uso di tonalità bruciate, di bianchi e neri tramati di improvvise impennate, di miscele sapienti.

A dare omogeneità a questa avventura materica è la riflessione sulle potenzialità del colore, sul potere delle pennellate, che, servendosi di maschere e di icone, apre varchi; dischiude atmosfere sospese.

Ritornano alla mente i versi di una poesia scritta nel 1985 da Luigi Compagnone per descrivere le ‘fantasie’ elaborate da Waschimps: «Del gioco, nel deserto paesaggio, / è rimasta la traccia più innocente: / un segno nella cenere, ed il viaggio / si è concluso nell’aria del suo niente».

I viaggi esistenzialisti di Waschimps tra giochi e Marat segnati dal dramma, «Il Mattino», Napoli, 5 marzo 2003