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Il fragile, minuscolo corpo umano

di Vitaliano Corbi

La mosca cieca, la settimana, il salto della corda: i giochi delle bambine all’angolo della strada o su un prato di periferia. È difficile immaginare creature più stranite di queste che Elio Waschimps ha dipinto nei suoi Giochi, sospese ad un filo d’esistenza, quasi un tenue residuo di materia sbiancata dalla luce e già incenerita dall’ombra. La bambina che salta alla corda è una fragile presenza al centro di uno spazio dilatato. La sua immagine sopravvissuta in una sorta di silenzioso isolamento richiama alla mente le parole con cui Benjamin descrive la condizione di «un’umanità colpita dalla crudeltà della guerra, dalla fame e dalla violenza politica nei suoi beni materiali, ma soprattutto impoverita di esperienze partecipabili»: un’umanità ammutolita «in piedi sotto il cielo, in un paesaggio in cui nulla era rimasto immutato tranne le nuvole e, al centro, in un campo di forze distruttive ed esplosioni, il fragile, minuscolo corpo umano». Talvolta compaiono accanto alla protagonista strane compagne di gioco. Irrigidite e mutilate nelle membra o tese in uno sforzo inutile di movimento, confuse col grigio dell’asfalto su cui sono cadute o sul punto di uscire di scena per la spinta d’una ansiosa rincorsa, esse non partecipano mai veramente all’azione. Quando poi si stringono in cerchio, il loro girotondo si trasforma in una tragica e spettrale danza di morte. […] Il tema del gioco è, dunque, intimamente intrecciato con quello della morte. Lo era fin dall’inizio del ciclo, nelle opere del ’76, quando la saltatrice si disponeva ancora sull’asse centrale della composizione, ma così assottigliata nella sua consistenza corporea, così estenuata e sfioccata nei contorni da sembrare che levitasse nell’aria, poco più vera e durevole d’una trascolorante apparizione meteorologica. Una soluzione, questa, che Waschimps ha di tanto in tanto ripreso e che ritorna, ad esempio, nella Bambina come apparizione del ’78. Ma già dall’anno prima il motivo della morte, non soltanto suggerito dalle qualità percettive dell’immagine o evocato da un tenue simbolismo, come nella corda curvata a formare le ali d’una farfalla, entra esplicitamente nella rappresentazione. Vi entra attraverso l’idea di un incidente che interrompe lo svolgimento del gioco. Così, nella Moscacieca del ’77, ai piedi delle due bambine che s’inseguono, si stende una terza figura, dipinta sommariamente e con un singolare effetto di trasparenza che la fa assomigliare alla traccia di un evento più che a una presenza reale. L’evento è, ovviamente, la morte. Essa rende incolmabile la distanza tra le due bambine e innesca quel meccanismo d’irrealizzazione che esploderà nelle opere dell’anno successivo. La straordinaria evidenza figurativa del ciclo dei Giochi deriva in parte dalla chiarezza dei suoi nuclei tematici e dalla semplicità degli schemi compositivi; ma più in profondità essa poggia su una rigorosa struttura spaziale, articolata per ampie superfici che esaltano le qualità materiche del colore. […]

Presentazione al catalogo della mostra personale Nei segni del gioco, Galleria Santacroce, Firenze, 8-30 gennaio 1981

Come un’apparizione, 1976, cm 170x100