Seleziona una pagina

Le bambine crudeli di Waschimps

di Vincenzo Trione

Elio Waschimps ha voglia di tracciare un bilancio del proprio itinerario artistico. A cominciare dagli inizi, segnati dall’adesione al clima del Neoespressionismo e dalla partecipazione al movimento informale. «Mi accorsi, però,
– racconta – che nell’astrattismo assoluto c’era una ripetitività che mi angosciava…». Per uscire da quella situazione di crisi, iniziò a recuperare il valore delle immagini: «Erano un canovaccio, che mi serviva per dare un contesto all’opera». Su queste premesse, nascono gli studi sulla figura umana. Gli uomini alla finestra, i Marat e i Giardini. In uno dei quadri di quest’ultimo ciclo, in un angolo, compare una bambina che salta la corda. È il 1976. Da lì comincia il viaggio…
Le bambine dipinte dall’artista napoletano sono in bilico tra luce e buio, tra il silenzio e l’urlo feroce. Inafferrabili, producono giochi come il salto con la fune, mosca cieca, il girotondo. I loro movimenti le rendono inafferrabili. Waschimps – lo dimostrano le opere in esposizione al Castello Aragonese di Ischia e presso la galleria Del Monte di Forio – ferma il proprio sguardo sulle figure, aggiungendo – di volta in volta – nuovi tasselli alla sua commedia umana. «Dipingere in serie – spiega – è un modo per approfondire me stesso, per guardare dentro di me».
Il suo, però, non è uno sguardo frontale. Suo obiettivo è quello di piegare la forma verso il figurabile, per approdare ad una struttura compositiva scarna ed essenziale. Eliminato ogni ornamento, egli trasgredisce l’impressione dal vivo; riduce la rappresentazione a lugubri scatole prospettiche, in cui sono imprigionati i gesti delle bambine. Rotto ogni equilibrio, deforma la figura; esaspera i motivi di partenza, fino a sfaldare ogni contorno. Attraverso il girotondo, forza la materia pittorica, per avviare al cuore dei volti. Da disumanista, si fa interprete di un continente agitato da forze incontrollabili. Così facendo, Waschimps regredisce verso un genere di pittura in cui tutte le regole tonali sono messe in discussione. Le sue piccole creature ci appaiono come sottili larve, in preda alla disperazione. Sono inquietanti apparizioni, impronte della memoria, che sono attraversate dallo spazio. Definite da linee ondeggianti, arrivano ad un punto estremo di disfacimento, si presentano nella loro carnalità. Per ottenere questo effetto, l’artista si muove tra una pittura magmatica di sapore informale alla Soutine (Uno monta la luna…) e una raffinatezza astratta di tipo baconiano (Tra il 5 ed il 3). Da visionario, fa incontrare la solarità con la cupezza. Nelle tele dipinte negli anni Novanta, accade qualche cosa di nuovo. La struttura si sfibra in strani graffiti. A trionfare non è il colore, ma l’ombra. I contorni sono ridotti, in modo da far lievitare nell’aria le bambine. «È cambiato il mio linguaggio – afferma Waschimps –. Ho recuperato una maggiore libertà compositiva. I miei quadri sono diventati più luminosi. C’è, in essi, una drammaticità espressa con una luminosità cromatica. Il racconto è stato semplificato. Ho lasciato spazio al valore simbolico di giochi, il cui significato è spesso ignoto anche a me…».

Le ragazzine mettono in scena girotondi che non hanno nulla di gioioso… Sono riposte nell’alveo dell’incubo. A velarle è un nero goyano, le loro danze sono angosciate, addirittura crudeli; celano un profondo dramma esistenziale, sono interpreti della ‘nostra sensibilità alterata’, celebrano il difficile matrimonio tra Cielo e Inferno, tra Innocenza e Crimine.

Le bambine crudeli di Waschimps, «Il Mattino», 4 agosto 1998