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Le cose là fuori esposte all’aria e alla morte

di Ferdinando Bologna

L’aspetto con il quale il napoletano Elio Waschimps si presenta alla sua prima personale romana conta, a mio vedere, tra le proposte più impegnative, e tra le più suscettibili di sviluppi, per uscire dal punto morto a cui avevano condotto anche gli indirizzi validi dell’astratto così detto ‘informale’.

Ma perché Waschimps ha alle sue spalle uno degli esperimenti più interessanti che si compissero a suo tempo per aprire le deità tematiche e contenutistiche dei ‘neo-realisti’ ad una veduta pittorica libera ed ispirata, né ne perdette mai la radice anche quando si risolse a travolgere quella veduta in un modo angosciosamente visionario, sempre più sospinto verso l’‘informale’ puro dell’‘abstract expressionism’; la proposta avanzata con le opere qui esposte non poteva essere, sostanzialmente, che un ritorno alla ‘cosa’, nel convincimento che – come altri in altra occasione ha scritto – «non è possibile dipingere il significato delle cose senza dipingere le cose stesse, poiché tra la cosa e il suo significato non c’è contraddizione ma continuità».
Pure, nel momento che attraversiamo, sarebbe davvero vano sperare di ricondursi così vicino alla integrità consistente dell’oggetto, o, per intendersi meglio, al momento di certezza della realtà, da poter attendersi che essa venga rappresentata con una fermezza obbiettiva pari a quella incrollabile degli antichi. Nelle circostanze storiche presenti e nella società da cui siamo condizionati, la cosa non può che rimanere una aspirazione. Garcia Lorca scrisse che «le cose son più vive dentro, che non là fuori, esposte all’aria e alla morte», perciò la loro immagine oggi non può essere ancora recuperata se non come un barbaglìo allucinante, una impronta fuggita.
Waschimps, così, compie tutti gli sforzi possibili per rimpastare di dentro alle materie grondanti della miglior cultura pittorica contemporanea i più persuasivi brandelli di verità ma poi i suoi tavoli e i suoi bucrani, trascorrendo lampeggianti sui fondi indeterminati che fingono l’infinito, «esposti all’aria e alla morte», lungi dal ricomporsi veramente, si scompaginano vieppiù e nella loro balenante apparizione prendono l’aspetto del magma non ancora consolidato, anzi che sfiamma e si erge. Sono momenti in fieri di un oscuro animismo, figure misteriose di un impulso vivente, che pervade e al tempo stesso dilania.

Il tono più originale delle opere qui presentate discende da questo ed è questo che le colloca nel punto cruciale delle ricerche in corso, come un contributo da valutare in prima istanza.

Ma non si sarebbe detto ancora molto se non si avvertisse che, d’altro canto, ciò è tutt’altro che il risultato di un programma mentale, coadiuvato e riflesso da una sorta di meccanica concettualizzata dei mezzi impiegati. L’intenso accento poetico nasce di getto, nel gesto, da un intuito estremamente pronto, che prevale anche sulla apparente ripetizione di un tema prescelto, com’è qui quello di un grumo di materie galleggianti su di una superficie indefinita. Sgorga anzi, a fiotti, da una sorgente pittorica pressoché inesauribile, che trova d’istinto la giustezza del tono e la profondità del timbro e articola il quadro di una armonia cromatica vibrante. Giacché, a mio giudizio, tutto potrà essere revocato in dubbio, all’infuori del fatto che Elio Waschimps è realmente ciò che si dice un ‘pittore’.

Elio Waschimps, catalogo della mostra personale
alla Galleria dell’Obelisco, Roma, 24 aprile-11 maggio 1963