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Le regole del gioco e della vita

di Corrado Piancastelli

Allora i Marat, dunque, oggi le bambine e il gioco della Settimana che diventano proprio il magma sotterraneo
della sua realtà intuitiva e anche la sua storicizzazione.
Come non fare il raffronto tra la storia informe e in fieri che stiamo vivendo dagli inizi del Novecento e il gesto dell’artista che sembra immergere la mano nel catino dei colori densi e appiccicaticci e li stempera col desiderio di lasciare una traccia, un senso, una direzione, un brivido?

Il lavoro di Elio è di quelli che fa porre domande. Non chi sono e cosa significano questi giochi, perché si tratterebbe di domande consuete. Ma ‘che cosa c’è dietro il gioco’ o, forse, perché questo gioco che diventa il suo contrario, diventa un’invettiva contro la società che azzera le persone, si trasforma in un’area di senso il cui significato è il contrario di ciò che si mostra e anche un’auto-ironia che nell’arte è tutto. E quindi c’è il gioco che non è gioco, bambine che non sono bambine, colori che sembrano emersi e resi puliti da un miracolo, allusioni all’insopportabile alienazione che ha distrutto ogni libertà e ci ha legati al mondano, al consumismo, alle nevrosi quotidiane, alle regole calate dall’alto, ai tabù, alla schiavitù dei gesti ripetuti fino alla noia esistenziale, fino alla dannazione, fino alla iattura di non sapere uscire da se stessi con gesti violenti che ormai dovremmo agire ogni giorno, ogni momento, ogni minuto. Le bambine di Elio giocano, giocano: ripetono la Settimana e perciò si distruggono, si ossessionano e quindi invecchiano, si alienano, si erodono e si corrodono, si scarnificano, si fantasmizzano. Sono bambine come noi, molte già decadenti e malate, già vecchie perché, nascendo, il mondo consueto e putrefatto della tradizione ossessiva, ha già decretato, per loro, l’intera vita. A loro non è dato che ripetere, fino alla follia, i gesti dell’obbedienza, della partecipazione passiva, della coazione a ripetere di freudiana memoria, responsabilità assunte nell’irresponsabilità di percorrere modelli di vita accettati nell’idiozia dell’acquiescenza alla legge dei padri. Le bambine, nascendo nella realtà o prefigurate nei simboli e in effigie, potrebbero già essere morte.

Ecco perché i Marat, come prima ancora i torsi e poi soprattutto questi giochi, realizzano l’invenzione del movimento, si espandono e danzano e caprioleggiano, sensualmente, senza uscire dallo spazio che non solo il pittore, ma l’intuizione geniale dell’arte (di cui Elio, come pochi altri, è il trasduttore) ha già assegnato loro, senza nessuna loro libera scelta, poiché le regole del gioco e della vita diventano, per tutti noi, la cornice fuori della quale non sapremmo ritrovarci. Qualche volta sulla vecchia, scalcinata e fetentissima poltrona di Elio, sono preso dall’angoscia. E non sono il solo. Molti hanno angoscia guardando le bambine e i giochi perché pochi sopportano di leggere il linguaggio dei mostri che ci portiamo nell’inconscio: i mostri della nostra mancanza di identità, delle nostre paure, dell’impotenza e dell’assenza di ogni progetto di vita, l’incapacità di svegliarci per chiederci perché siamo al mondo e qual è il diritto che abbiamo di esserci, o di esserci ancora nelle nostre nullità mentre tanti di noi, anche milioni di noi, già sono morti: e dunque la paura che il gioco di morte delle bambine evidenzia e marchia come un imprimatur dal quale, guardando il gioco della vita, non possiamo scappare. In questa chiave ogni quadro è tutto linguaggio, è tutto espressivo e Elio, in tal modo, ha raggiunto la propria maturità creativa. Ma questo è, soggettivamente, anche il dramma del vivente.

Ogni altra parola suonerebbe ormai di troppo, col rischio di stonatura. Sono convinto che l’arte non si possa descrivere e che, al pari dell’amore, dell’amicizia e dell’esperienza, si possa solo viverla. La creatività è il mistero che denota il segno dell’Anima. Ciascuno di noi, vivendo e agendo questo mistero, conferisce significato al gesto e area di senso alla propria coscienza. La poltrona sgangherata di Elio Waschimps diventa, allora, il pensatoio per viaggi tra sciami di pensieri e orizzonti di metafore di cui ciascuna rimanda ad un’altra.

Di fronte, una qualsiasi bambina si riflette nel gioco e si fa possedere lubricamente dagli occhi sgranati del visitatore.
Tra cavalletto e poltrona, non più di due metri: ma che fatica attraversare questa distanza improvvisamente densa di vibrazioni e di fantasmi, la stessa fatica di quando devi andare nel buio della stanza appena sfiorata da un lumino, verso uno specchio sulla parete dirimpetto, sulla cui superficie non c’è altro riflesso che quello di esser-ci solo nei tuoi occhi!

Elio Waschimps, in Artisti a Napoli. Progetto Arte 1, Alfredo Guida Editore, Napoli, maggio 1996