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L’infanzia tradita

di Luigi Compagnone

La persecuzione dell’infanzia è cominciata duemila anni fa. E continua ancora oggi. Qualche settimana fa, a Napoli, una madre di 16 anni ha gettato la sua bambina, appena nata, sulle pietre del selciato. Le cronache sono piene di questa specie di delitti. In tutto il mondo. Bambini seviziati, bambini come merce, bambini come olocausto. Penso intanto alle ‘bambine’ di Elio Waschimps, grande amico mio, e problematico pittore, tra i migliori della nuova figurazione napoletana. Un artista tragico e visionario, ricorderete, forse, il ciclo dei suoi ‘Marat’.
Ma non voglio ricostruire il cammino di Elio dagli anni ’50 a oggi, non è questa l’occasione. Voglio soltanto alludere a un ciclo particolare della pittura di Elio. Quello delle ‘bambine’, intente ad antichi giochi popolari: La mosca cieca, La settimana, Il salto della corda, Il gioco sull’asfalto, La bambina col cerchio, eccetera. Un tema, questo del gioco, «intimamente intrecciato con quello della morte», ha scritto dieci anni fa Vitaliano Corbi. E Paolo Ricci: «Un’indagine, questa di Waschimps, ispirata alla ricerca dei motivi dell’angoscia, della disperazione e della solitudine». E il poeta Sinisgalli: «Napoli muta, allarmata, resa ottusa dalla sua stessa bellezza, Napoli luminosa e funerea ha spinto il mio amico Elio a meditare sulla morte dell’infanzia nel mondo».
Ma Elio non è di questo avviso. E io, prima, ho detto una cretineria nel riallacciare le sevizie della cronaca alle sue ‘bambine’. La tragedia, nelle sue tele, non è quella dell’infanzia. La tragedia è nella crisi che, oggi, attraversa il linguaggio delle arti. La tragedia è nell’incapacità, nell’impossibilità, dell’espressione piena. I grandi pittori del passato, mi dice Elio, si esprimevano a tutto pieno, noi no, non siamo più una società agricola e non ancora una società pienamente moderna. La questione è di trovare un equilibrio, un punto d’incontro, per dar vita a una ‘visione’ totale, non importa se negativa o positiva, dell’esistente. Elio, in realtà, appartiene alla tribù, o clan, o universo dei grandi visionari. Appartiene ai Goya, ai Blake, ai Kafka, ai Munch, ai Kokoschka, agli Schiele, ai Bacon, agli Espressionisti. E allora quello delle sue ‘bambine’ è il dramma del linguaggio, che resta incanalato nell’alveo dell’incubo, dell’urlo silenzioso, e che rende tuttavia possibili tutte le metamorfosi, dall’angoscia esistenziale all’angoscia del soprannaturale, ubbidendo a un ‘gioco’ misterioso, che salva le vittime del dileggio disperato e le colloca come in uno specchio da surreale luna-park, percorso da una vita arcana, scintillante nelle tenebre, reale e fantastica, conosciuta e inconoscibile, e infine scortata dalla morte.

Potrei anche accennare alla differenza tra l’uomo Elio Waschimps e il suo mondo fantastico. Elio è pieno di allegria e il suo mondo non lo è. Quando viene a trovarmi diventiamo allegri tutti e due, per capirci ci basta un gesto, una parola, un’occhiata, e allora il riso ci accompagna, ci rende amici più di prima ed è come se, pur nel chiuso della stanza, ce ne andassimo per le strade di questa Napoli, come diceva Sinisgalli, così funerea e luminosa, dove le ‘bambine’ intrecciano i salti e i giochi della morte e della vita.

L’infanzia tradita di Waschimps, «Il Mattino», Napoli, 15 gennaio 1990