Seleziona una pagina

L’ultimo Waschimps

di Mario Franco

Si è parlato spesso di “espressionismo” a proposito delle opere di Elio Waschimps, e lo stesso artista concorda con questa definizione. Ovviamente non si tratta dell’espressionismo storico, nato come reazione al naturalismo e all’impressionismo, e che propugnava il ritorno all’uomo primigenio (Urmensch) e l’avvento di un’umanità più consapevole. Quello che oggi ci resta dell’espressionismo, senza confini storici o geografici, è piuttosto, la ri-creazione della realtà, l’abbandono di una visione organizzata e gerarchica dello spazio, il rifiuto dell’ottica antropocentrica (che ne costituisce la chiave formale) nonché l’esaltazione dell’irrazionale e dell’istinto contro l’astrazione del pensiero (che ne è la poetica). In questo senso il pessimismo apocalittico, il linguaggio aggressivo e grottesco, presenti sicuramente anche nelle ultime opere di Waschimps, l’esibizione di una materia pittorica carica e congestionata, sono ancora motivi e procedimenti che possono richiamarsi all’espressionismo. Complicati, ulteriormente in alcuni quadri, da un segno infantile, primitivo, “bambineggiante”, che consente un sincretismo di più partenze culturali (psicologia, scarto mnemonico, azzardo ludico) al quale si unisce una grana linguistica semanticamente resistente e ruvida. Su uniformi superfici di colore puro e – direi – allegro, sono tracciate figure come “Lo zio scemo”, la serie dei “Mamozi intelligenti” o i due profili di “O’ rrè!” dove il segno diventa inquietante ed i volti esibiscono un substrato cadaverico. Le figure richiamano antiche memorie. Sembra che l’artista apra un sipario sottile per riportarci in un ambiente segreto, in un nostro patrimonio originario e domestico di segni e simboli. Non diversamente, il gioco iconoclasta dei due “Ritratto cancellato”, di “Testa”, di “ Autoritratto non molto somigliante”, di “Testa scancellata”, “Ritratto o quel che ne resta” evidenziano il desiderio contraddittorio e frustrato di dare una dimensione evocativa e tendenzialmente figurale al delirio irrazionale, alla voce inarticolata dell’incubo, che contrappone la propria forza alla logica e all’ordine, inevitabile, della rappresentazione. Waschimps sceglie una visibilità narrativa estesa ed allusiva nel raffigurare il contrasto tra l’emozione e le convenzioni sacrali che tradizionalmente proteggono le immagini (segrete e proibite) della morte. Il suo lavoro intreccia due temi, quello delle pulsioni inconsce e quello del timore razionale, inscrivendo le sue figure (quel che ne resta) all’interno del più ampio segmento dedicato alla lotta eros-thanatos e all’intervento, irresistibile, del destino. Lo sperimentalismo linguistico della pittura di Waschimps, infatti, non è solo nel dosaggio sapiente della stesura cromatica. È, invece, come se la parola venisse, inopinatamente, sostituita dal grido: effetto di un’emergenza improvvisa e irresistibile. Estasi e apocalisse di visionarietà che però risucchiano irresistibilmente l’osservatore in uno spazio in cui la prossimità si trasforma in lontananza e ciò che è lontano viene repentinamente proiettato in primo piano. Uno spazio pieno di contrasti, carico di tensione. Chi vi entra penetra in un sistema di riferimenti trascendenti, che tramuta l’assurdo, l’imprevedibile, l’orfico in un catalogo d’indizi. Le tele si moltiplicano, crescono su se stesse per dar luogo a un eccentrico deposito di storie. “Bucranio”, “La mucca Clementina”, “Il campanile cancellato” sono altrettante icone smarrite in una “dissipazione della lingua” mirante alla “dissipazione del mondo” con il loro groviglio di colori spatolati e graffiati, pieni di stupore, in un’altra dimensione radicalmente fantastica, in cui noi siamo ora immersi fino al collo, senza poterne prendere le distanze. Un cane si aggira in primo piano tra le rovine (“Paesaggio con cane”) mentre immagini aliene, cariche di una lunga memoria, chiedono contemplazione e reminescenza. Ed ecco infine: “Dopo il lifting”, “Ritratto con volpi”, “Verso la notte”, i ritratti di donne in rosso d’illusioni perdute (un’inaudita esplosione di creatività) che penetrano nell’interno stesso dell’invenzione artistica, spiando lo studio e l’anima del pittore, dando vita al fantastico folle e geniale in cui si consuma e si brucia il destino dell’Arte ed il mistero della caduca bellezza femminile. Con esse si svela il «demone» della pittura e del pittore: erede e possessore geloso dei segreti del ritrarre e del tradire. In un isterismo erotico e cinico, senza più traccia di reciprocità tra il pittore e la modella, si è inserito il verme della corruzione della carne. Il principio di morte, insinuatosi nell’Arte, può mostrarsi insofferente di tutte le astuzie illusioniste di cui l’artista è stato maestro. Qui Waschimps vuol far superare alla pittura lo stadio servile del trompe-l’oeil, e portare lo spettatore oltre i confini della percezione naturale; aspira a impossessarsi degli «arcani» del Creato per creare un ritratto di donna in preda ad una hubris malinconica che fa saltare tutti i limiti della convenzione per scavare un varco verso il reale, che nulla ha a che fare con il naturalismo.