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Una pittura etica

di Michele Buonomo

Una mostra secca, di forte rigore espressivo, perentoria nella chiarezza di una dimensione morale, è quella che da alcuni giorni è aperta al pubblico nel bellissimo spazio della chiesa nel Castello Aragonese di Ischia. Il termine morale, considerando il lavoro e la ricerca pittorica di Elio Waschimps, non è usato a sproposito o, peggio ancora, per stendere cortine fumogene su una posizione – quella sua e di altri artisti – scomoda e non allineata a gusti e a mode correnti. La moralità della pittura di Waschimps sta tutta in una fede incrollabile, drammaticamente segnata, in una coerenza formale, espressiva e intellettuale. In un’epoca, la nostra, in cui l’unica strada praticabile sembra essere il cinismo, la disinvolta contaminazione, il gioco di superficie, misurarsi con una pittura, che è ancora tutta ben salda nella Storia e nella sua dinamica evoluzione, ha il senso di una forte sferzata energetica. Contraddice un clima di diffuso disfattismo che non fa sperare granché nel futuro dell’arte. Waschimps, che ben conosce i segreti, i drammi e le esaltazioni della Pittura, impassibile scandaglia con la materia dell’arte l’angoscia più profonda che attanaglia l’uomo contemporaneo; quella incapacità, e forse impossibilità, a raccontare, a illudersi di ‘inventare’ la realtà o nuove possibilità di dialogare. Paolo Ricci, lucido sostenitore della ricerca di Waschimps – scrivendo dieci anni or sono sul ciclo ‘dei giochi’ – evidenziava la coerenza dell’artista nel ricercare i «motivi dell’angoscia, della disperazione, della solitudine dell’uomo nell’alienante civiltà consumistica…», e, allo stesso tempo, evidenziava come i connotati di questi stati d’animo si radicavano nell’humus di una storia della pittura che aveva per riferimenti le visioni nere di Goya, la sconvolta drammaticità dei fauves, o di Van Gogh, le allucinazioni di Turner e la grande stagione del Barocco napoletano.
Nelle opere esposte nel Castello Aragonese, quasi tutte degli ultimissimi anni, Waschimps ha radicalizzato ancora di più la sua posizione etica puntando ad una rarefazione di un linguaggio pittorico tutto risolto all’interno di una materia cromatica densa e luminosa. Anche laddove è il nero ad addensarsi sulla superficie della tela e a chiudere nella sua uniformità drammatiche figure contorte in gesti estremi, o danzanti in quei giochi di morte disperati, c’è sempre un polo di luce, un grumo esploso di colore ad animare dinamicamente la scena. E forse questo il segno di una lontana speranza che non si da per sconfitta? Quanto di sicuro appare in questi ultimi lavori di Waschimps è la ferma consapevolezza in un’arte che, non rinunciando alla contraddizione, rifugge da ogni equivoco.

Una pittura etica come risposta alla disperazione, «Il Mattino», 30 giugno 1987