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Una pittura animosa

di Ferdinando Bologna

Elio Waschimps è alla sua prima mostra personale. Le opere che egli espone, tuttavia, non si crederebbero uscite dalla fantasia ancora esperiente di un giovane; così bene risultano ambientate in una situazione riconoscibile, a continuazione d’un discorso che oggi si fa qui tra noi e che la critica ha ormai tutti gli elementi per localizzare come un pezzo di storia crescente. In tangenza con i rivolgimenti capitali della scena politica e morale d’Europa, da poco più di un anno è in corso qui a Napoli un movimento originalissimo di svecchiamento e di approfondimento sincero delle istanze realistiche. Movendo da premesse differenti e con i segni di personalità schiettamente autonome, alcuni pittori giovani hanno rotto con le angustie dei programmi e si sono dimostrati in grado di recuperare le loro qualità pittoriche con una rinnovata apertura sulla ricchezza inesauribile delle cose. E perché tali intenti non si raggiungono in astratto, nel limbo sterile della pura novità, essi si sono riappoggiati più fiduciosamente che mai – pur forzando al meglio la esperienza della pittura europea degli ultimi cinquant’anni, specialmente espressionistica – al nucleo dell’antico realismo meridionale, riconosciuto dapprima nei più vicini riflessi ottocenteschi, poi richiamato di istinto, direttamente dai testi dei maggiori Maestri del 600.

Elio Waschimps è una delle forze di questo movimento e la sua pittura ne conferma l’esistenza, sopratutto la vitalità. Waschimps ha problemi originalissimi e, sebbene sia innegabile che i suoi quadri non sarebbero stati senza la interpretazione di Picasso data da Guttuso e dai neorealisti italiani, egli ha avuto la fortuna di maturare quando le deità tematiche e contenutistiche dell’estetica neomarxista erano già tutte in crisi. È avvenuto, così, che quattro o cinque anni fa, egli si dedicasse interamente, con uno di quei singolari anacronismi che dimostrano per quante vie possa farsi strada il temperamento d’un artista, ad una rievocazione integrale di Van Gogh; tale tuttavia da scansare ciò che costituisce il limite intellettualistico, la rigidezza interna mai disgelata dell’opera del pittore olandese, mediante l’adesione sottile all’espressionismo migliore, che in Europa si chiama innanzi tutto col nome di Chaim Soutine.

Alcuni ritratti di Waschimps, dipinti allora con questi intenti, costituiscono il vero antefatto di ciò che il giovane pittore presenta oggi e ne determinano il tono strettamente personale.

Chi conosce Elio Waschimps e la «densità calma e severamente malinconica» della sua pittura – come la definì nel 1967 Roberto Longhi – non avrà difficoltà a comprendere perché l’idea di dedicargli una mostra antologica presupponga la convinzione che tra gli abituali frequentatori degli spazi dell’arte contemporanea vi sia chi è ancora capace di tirar fuori la testa dalla nebbia che regna all’interno del sistema ufficiale dell’arte e riuscire a distinguere, al di là dello sperimentalismo avanguardistico degradato a banale pratica d’intrattenimento mondano, i segni autentici della creatività artistica.
Molti hanno creduto che l’unificazione dei mercati e l’impe- tuoso sviluppo delle nuove tecnologie della comunicazione avrebbero reso la nostra società più omogenea e trasparente in ogni sua parte. In realtà, almeno per quanto riguarda l’arte, è accaduto qualcosa di molto diverso. La globalizzazione, fino ad oggi, invece di produrre il miracolo di un’unica grandiosa e libera circolazione mondiale di merci e di idee, sembra aver favorito il fenomeno opposto, accentuando il vantaggio di chi già aveva posizioni di forza sul mercato internazionale dell’arte e spingendo i processi di colonizzazione culturale ad un grado che non trova confronto nel passato. In un mondo che si presenta esso stesso come una mostra, i prodotti artistici, vecchi e nuovi, vengono imposti con la loro costante e invasiva esibizione, anche al di fuori dei canali espositivi tradizionali: «La realtà vissuta è materialmente invasa dalla contemplazione dello spettacolo, e lo spettacolo è reale»
(G. Debord) e, perciò, «è diventata una ‘mostra’, un’esposizione pubblicitaria che è impossibile non visitare, perché comunque ci stiamo dentro» (G. Anders). Le arti visive tradizionali, relegate in una condizione di marginalità, si sono illuse di poter superare tale condizione, aprendosi al flusso della spettacolarità diffusa e dell’immaginario elettronico, accogliendolo come totalità indistinta, come realtà ridotta ad apparenza assoluta, ‘mondo vero’, cioè, divenuto nietzscheanamente ‘favola’. Ed è accaduto che pittori e scultori, facendo eco al sogno delle avanguardie della prima metà del Novecento di coinvolgere nella

dimensione estetica lo spazio stesso della vita, abbiano creduto di emulare, con le loro installazioni festive, i grandi ‘apparatori’ del passato e le spettacolari scenografie di piazza, destinate, com’è noto, a soddisfare la gloria dei potenti e il divertimento del popolo.
Ci sono, invece, buone ragioni per continuare a considerare con attenzione i segni di una creatività artistica meno spensieratamente incline a fingere di poter superare la propria condizione di separatezza storica effondendosi negli spazi deputati alla celebrazione dei riti di massa. Ci sono buone ragioni per coltivare la convinzione che l’incontro con quei segni avvenga più facilmente dove più deboli sono le luci dello spettacolo e dove c’è chi non è disposto a tradire l’autenticità della propria ricerca in cambio di qualche gratificazione mondana. Waschimps – scrisse Ferdinando Bologna nel 1976 – «ha avuto ed ha il coraggio di rimanersene solitario sulla breccia, per portare avanti un

Ma queste premesse non avrebbero dato frutti se non
si fossero mutate in esperienza del realismo libero ed ispirato di cui s’è fatto cenno e non ne fosse derivata la partecipazione attiva al clima spirituale che s’è venuto formando in questo ben delimitato ‘pezzo’ della Napoli artistica, con l’istintiva spontaneità, schiva e noncurante, straordinariamente antintellettuale, di cui sono dotati codesti pittori per dono naturale.
Le opere qui esposte sono il risultato della ricchezza di questi intenti ed il risultato, che è personalissimo, mi pare di un interesse realmente non comune.
La dote pittorica di Waschimps, ricca ed animosa, sormonta con accenti quasi irrefrenabili e serpeggia dentro il dato reale con fantasia accesa. Riesce capace non solo di finezze inconsuete come nella Natura morta dei fichi d’India
o nel sostenuto arabesco dei Rami al tramonto; ma d’empito vero, lingueggiante, negli Scogli, negli Uccelli morti, nei Fiori; persino di senso drammatico, quasi tragico, nella
Pineta ischitana, che a mio vedere è una delle interpretazioni più penetranti in pittura della eccitata bellezza del paesaggio meridionale. Recentemente, un critico italiano ha paragonato l’‘Abstract-impressionism’gt di un gruppo di pittori newyorkesi al compromesso naturalistico di alcuni pittori padani, non più giovanissimi, nei quali, rinverdita dal permanere d’una vena lirica ancora impressionistica, si continuerebbe l’antichissima tradizione lombardo-emiliana che va da Wiligelmo a Morandi, e con essi la pittura italiana avrebbe dato il meglio della pittura contemporanea. Dinanzi ai quadri qui esposti mi chiedo, invece, se lo sforzo compiuto in essi, di riguadagnare la realtà facendo ponte dal naturalismo allo espressionismo, non sia su di una linea meno contraddittoria e più schietta, i cui ascendenti illustri sono il Ribera, il così detto Passante e Francesco Fracanzano.
La questione è da approfondire. Nell’attesa, mi si consenta di esprimere la convinzione, magari sotto forma di augurio, che Waschimps, ora alla punta più avanzata della pittura napoletana in compagnia di pochissimi altri, s’inquadra in un movimento che può avere un ruolo importante da assolvere.

Catalogo della mostra personale alla galleria Medea, Napoli, 6 -17 maggio 1957