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Waschimps pittore a Napoli

di Leonardo Sinisgalli

Con un pittore come Waschimps un critico filologo, anche se non si chiama Roberto Longhi (che fu un suo estimatore), può fare sempre bella figura, specie se si lascia condurre per mano da lui nei recessi della sua preistoria e delle sue predilezioni, dove lo spinse la passione per la materia e per lo spazio (la scena) più che la soggezione alla grazia.

L’ho conosciuto tardi: non posso fare sfoggio di analogie folgoranti. Ma ho anch’io una bella citazione da aggiungere alle tante indicate da Paolo Ricci, e per mia fortuna sfuggita alla sua vorace memoria visiva: il confronto tra l’ultima scoperta di Waschimps, l’indimenticabile ‘suite’ dedicata ai giuochi infantili, e le serie delle vignette che compongono la predella di Urbino, il Miracolo dell’ostia di Paolo Uccello (1469) esaltata dai surrealisti e riprodotta in Nadja, il famoso romanzo-diario di Breton pubblicato nel 1926.

Il museo personale di Waschimps è per merito di Paolo Ricci e dello stesso pittore, che non ne fa certo un mistero, conosciuto nicchia per nicchia. Sono stati individuati uno per uno i ‘pezzi’ che stanno in cima ai suoi altarini; da Caravaggio a Michelangelo, fino ai manieristi e a qualche seicentista locale, per quanto riguarda le scelte giovanili; da Scipione e Giacometti a Bacon, suoi penultimi tutori.

L’autore tiene a sottolineare che tuttavia la sua maturazione è avvenuta non tanto per una presa di coscienza dei problemi della forma e della nuova figurazione ma per un approfondimento psicologico del ‘male di vivere’. All’estasi della geometria, all’ebrezza dell’Eros, ha sostituito la corrosione esistenziale.

A sentirlo parlare è uno che ha letto ‘tutti i libri’: per questo è rigoroso e tollerante insieme; sa benissimo dove sta meglio, ma sa pure che non è da tutti spellarsi i piedi lungo la strada. L’ho trovato severo e comprensivo, ho intravisto un’assiduità con il lavoro ostinata e schiva, senza misticismi e gigionerie. La storia del nostro incontro dell’altro ieri ha come premessa una conversazione intrattenuta in mezzo a comuni amici su una ‘terrazza’ di Ischia una quindicina di anni fa. Se ne è ricordato in occasione di questa ultima mostra che stava allestendo all’‘Isolotto’, di via Cimarosa al Vomero; deve aver avuto come un sussulto della memoria e gli devono essere tornati a ronzare certi miei versi remoti, letti da lui chi sa quando, e dedicati proprio ai giuochi dei ragazzi nei vecchi paesi (il battimuro, la campana, il cerchio…). Mi ha mandato l’invito accompagnato da due righe per farsi riconoscere e dal catalogo, di cui ho subito ammirato la riproduzione a colori, stampata in copertina, una ‘bambina col cerchio’ dipinta a colpi frenetici, a scatti, come le immagini in movimento fotografate da Marey nel 1885 – molto prima dei futuristi – che sono tanto piaciute a Bacon, che le cita spesso come una sua fonte di suggestioni.

Questa teletta (cm 30x30) l’ho ritrovata poi in galleria messa al posto d’onore sopra un cavalletto, l’ho potuta quindi annusare, da miope, fermarmi sulla faccia ottenuta schiacciando e girando il pennello (come per cavarle gli occhi): ci ho visto perfino Kokoschka, ovviamente, Soutine. Ma il risultato è più leggero e felice di quanto può venir fuori dal calcolo; l’operina è il frutto di un raro momento di ispirazione, di un vero coup de foude. Devo anche dire di aver trascorso un paio d’ore, appena sceso a Mergellina, nello studio del pittore (a mezza costa, l’ingresso in un cortiletto, i balconi sullo sprofondo) svuotato, solo zeppo di tele e di telai ammassati alle pareti. Ha voluto che guardassi di sfuggita la sua produzione anteriore alla mostra, perlomeno le sequenze più note, quella di Marat e quella di Isacco, e anche una serie di ‘vedute’, che sono le anticipazioni dei ‘giardini’ di oggi. Un grande ‘giardino’ (cm 250x200) campeggia nella prima sala, è il centro focale dell’esposizione; un altro, un Paesaggio con cane, gli sta di fronte. Sono due opere indiscutibili, difese da una patina di cenere, mummificate, combuste, create dalla mente, forse dal sogno. Il pittore nella fretta non mi ha mostrato una tela che trovo, invece, riprodotta in un vecchio catalogo del 1972, Il figliuol prodigo. La reputo misteriosissima, con i due personaggi padre e figlio, seminascosti per disperazione e vergogna, e un angelo terribile e gelido che vigila. Mi ha ricordato il più straziante racconto di Kafka, La condanna (o Il giudizio – come traducono altri).

Il pomeriggio siamo saliti a vedere l’esposizione già sistemata per la visita dei critici, il giorno prima dell’apertura al pubblico. L’impatto con i colori – colori di atmosfere, non colori mimetici, colori psichici che fanno pensare a Turner, a Odilon Redon e a Goya (mi riferisco allo sconvolgente Uomo sull’altalena del 1976) – ha confermato le mie supposizioni.

Non c’è nessuno che non abbia subodorato quanta crudeltà, quanta paura si celi dietro i giuochi rituali dei bambini e le loro filastrocche: «in alto, in alto c’è la cassa – in basso, in basso c’è il tamburo». Io ho sentito sotto quelle figure, sotto quegli stracci di figure volanti, scarmigliate, stregate, le rissa e le grida oscene di vecchi Dei ventriloqui, dispettosi, Turms, Vertun, Fulfuns. L’artista è riuscito a toccare due o tre corde (i quadri sono quasi monocromi) della nostra sensibilità alterata e contraddittoria; si potrebbe dire che ha sposato il Cielo con l’Inferno, l’Innocenza con il Crimine.

Per i due giorni di fine settembre che mi sono trattenuto in città mi ha trasportato da un capo all’altro sulle montagne russe di Napoli, mostrandomi mari e monti, soli e lune. A Mergellina ho trovato un balcone posto di traverso sul lungomare: potevo all’alba guardare il tunnel di Fuorigrotta e l’ampio catino di piazza Sannazaro pieno di colombi e di passeri che non sembravano disturbati dai primi autobus vuoti e dai camion di frutta e di verdura che venivano a scaricare nei mercatini posti a tergo dei palazzi di viale Elena. A due passi c’era la casa bianca di Cosenza, dove vive da quando è nato, e che io ho descritta fin dal 1944 in un capitolo del Furor mathematicus. Quando sono stato a fargli visita l’ho trovata così come me l’ero immaginata. In uno spicchio di mare giravano l’uno intorno all’altro, all’orizzonte, navigli chiari e lenti come cigni.

Agli amici che mi hanno chiesto come mai mi fossi mosso fin lì per incontrare un pittore, ho risposto che m’ero fidato del primo impulso, vedendo le riproduzioni dei quadri in bianco e nero che mi aveva mandate. Mi ha colpito lo squallore della scena intorno alle brulle figure condannate a un supplizio piuttosto che a un gioco.

La mattina dopo ho raggiunto Spaccanapoli, e sono rimasto scosso dal silenzio della città, che ricordavo stridere e stormire da una ringhiera di un alberghetto di Monte Oliveto, dove mi mettevo in ascolto da ragazzo accanto a mio padre.

Napoli muta, allarmata, resa ottusa dalla sua stessa bellezza, Napoli luminosa e funerea ha spinto il mio amico a meditare sulla morte dell’infanzia nel mondo.

Waschimps pittore a Napoli, «Il Mattino», Napoli, 13 ottobre 1977